Mi ha sempre eccitato avere un ruolo da sottomessa con gli uomini: amo i caratteri decisi, soprattutto in camera da letto. Quindi uomini che sanno come prendermi, come dominarmi, come farmi sentire una puttana.
Perché questa era la mia perversione: sentirmi una puttana. Ovviamente non avevo e non avrei mai avuto il coraggio di provare da prostituirmi: troppi rischi, troppa paura, nemmeno se si fosse trattato di un gioco organizzato. Ma sentirmi chiamare così, sentirmi insultare, era diventato il mio piacere più grande.
Non era stato facile spiegarlo a Luca: perché spesso il sesso non va di pari passo con l’amore. E di Luca mi ero innamorata pazzamente: era la persona con cui volevo costruire il futuro, avere dei figli, passare tutta la mia vita. Peccato che il sesso non facesse scintille: funzionava sì, ma senza quella passione e quell’eccitazione che mi piaceva sentire.
Avevo ovviamente considerato la possibilità di un tradimento: magari qualche incontro occasionale, senza implicazioni sentimentali, giusto per togliermi la voglia. Ma non era nel mio carattere mentire e non volevo rovinare quello che avevamo insieme.
Ma non potevo nemmeno rischiare di spegnere completamente il mio entusiasmo e la mia curiosità sessuale: per questo avevo iniziato a introdurlo alle mie fantasie, quando facevamo sesso tra noi.
Ovviamente la risposta non era stata immediatamente positiva: non me l’aspettavo nemmeno. Anzi, c’era stata un’iniziale chiusura, dettata dal timore che gli chiedessi qualcosa di davvero troppo “oltre”, come di coinvolgere altre persone oltre a noi in camera da letto.
Quando aveva capito che le mie fantasie non arrivavano al quel livello, si era tranquillizzato e aveva ascoltato.
“Voglio sentirmi sottomessa, devi dominarmi. Non solo con quello che fai ma anche con le parole.”
Decisamente questo sembrava scontrarsi con la sua natura tranquilla: l’istinto gli diceva di sussurrare parole dolci, non di insultarmi. Ma io avevo bisogno di sentirlo, per godere davvero fino in fondo.
I primi esperimenti non erano stati particolarmente soddisfacenti: nonostante le mie richieste precise, Luca non si era riuscito a spingere oltre a qualche termine che solo leggermente poteva essere considerato “forte”. Eravamo ancora lontani dal risultato che volevo ottenere: io ero frustrata e lui a disagio di farsi vedere in quel ruolo.
Forse era proprio quello il problema: non voleva accettare di essere il dominante, non si vedeva in quel ruolo. E quindi la soluzione poteva essere quella di non vedersi: o meglio, che lui non potesse riconoscersi.
Avevo studiato al meglio la situazione da creare e gli avevo chiesto di fidarsi ciecamente di me: non doveva essere Luca, doveva diventare il suo “gemello malvagio”, che io non conoscevo e che disprezzava le donne. E per farlo avevo comprato un passamontagna, che avrebbe dovuto indossare: un gioco di ruolo, che speravo lo spingesse a tirare fuori la parte più animalesca durante il sesso.
Dopo un po’ di resistenza Luca aveva accettato e io mi ero preparata con cura: abiti succinti, trucco pesante, intimo assente. Dovevo sembrare una puttana se volevo essere trattata come tale. Lui era arrivato puntuale e un po’ nervoso: si era infilato in bagno per indossare il passamontagna e trasformarsi in un uomo diverso.
Io lo aspettavo nel salotto: niente camera da letto, troppo banale. Seduta sul divano, facevo finta di leggere una rivista e nell’attesa ripassavo mentalmente il copione che mi ero costruita.
Non avremmo dovuto parlare: niente convenevoli, dovevo limitarmi a servirlo, proprio come un padrone vero. Sapevo già cosa fare senza che lui me lo chiedesse: avrei comunque avuto il mio premio, venendo presa come desiderato.
Era entrato e si era seduto sulla poltrona: ci avevo visto giusto, il fatto di avere il volto coperto sembrava avere eliminato ogni traccia di imbarazzo. Aveva allungato le gambe davanti a sé e io mi ero precipitata a toglierli le scarpe, con attenzione e delicatezza.
Dalla sua posizione poteva vedere benissimo il mio seno fasciato in un corpetto stretto e le mie natiche nude, quando mi ero girata per tornare a sedermi. Sentivo il suo sguardo, lo riuscivo a immaginare: desiderio e disprezzo si mescolavano in un turbinio di sensazioni.
Mentre ero ancora girata avevo sentito il rumore della zip dei pantaloni che veniva calata con un movimento deciso: mi ero sorpresa di questa iniziativa. Sorpresa che si doveva leggere sul mio volto perché, quando mi ero voltata, lo avevo visto che con un gesto imperioso indicava i suoi pantaloni.
“Levameli subito, e inginocchiati davanti a me.”
Questo non era nel copione, ma la sorpresa mi piaceva e mi eccitava: mi ero affrettata a obbedire, sfilando i pantaloni e lasciandolo coi boxer, per poi sedermi ai suoi piedi. Lo guardavo adorante, in attesa dei suoi ordini.
“Non così. Voltati.”
Non avevo mai sentito Luca usare questo tono: l’eccitazione stava salendo sempre di più e avevo obbedito senza proferire parola. Mi ero messa in ginocchio, a quattro zampe: non lo potevo vedere, ma sapevo che lui mi vedeva, con la pelle nuda sotto la gonna corta.
Lo avevo sentito avvicinarsi e afferrarmi per i capelli, che avevo raccolto in una coda lunga: non avevo sperato arrivasse a tanto. Mi aveva tirato indietro, in modo deciso ma senza usare troppa forza: era sempre Luca, anche se stava recitando una parte.
Non avevo opposto resistenza: mi piaceva essere guidata e dominata in questo modo. Luca aveva lasciato i miei capelli e lo avevo sentito inginocchiarsi alle mie spalle. Immaginavo si fosse tolto i boxer e che fosse eccitato, pronto a prendermi come desideravo.
La tentazione di girarmi per guardarlo era forte, ma sapevo che c’era il rischio di rovinare l’atmosfera: avevo chiuso gli occhi e avevo stretto forte le mani sul tappeto su cui mi ero inginocchiata.
Le mani di Luca mi avevano afferrato per i fianchi, tirandomi a sé, facendomi finalmente sentire quanto piacesse anche a lui quella strana situazione. Poi le aveva allungate sulla schiena, fino quasi all’altezza delle spalle, per spingermi giù con forza, quasi da ritrovarmi con la faccia a terra.
“E ora devi stare giù, puttana.”
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