Il “gioco del dottore” mi è piaciuto fin da piccolo: ma io volevo sempre essere il paziente. Potevano visitarmi, farmi le punture, ascoltarmi il cuore: io ero contento e disponibile. Solo con l’età adulta, però, mi sono reso conto che si tratta di un piacere anche sessuale: un feticismo, come avrebbe detto qualche luminare in psicologia.
Avevo una vita normale, anche soddisfacente, ma con qualche partner più disponibile mi ero concesso la trasgressione della dottoressa o dell’infermiera sexy. Avevo anche pensato di frequentare davvero una professionista medica, magari di convincerla a trattarmi come paziente, ma poi mi era mancata l’occasione.
Ovviamente, quando ero davvero un paziente, riuscivo a trattenere la mia perversione: non era facile, l’immaginazione spesso cercava di trascinarmi in un vortice di sesso e immagini altamente eccitanti, ma ci ero riuscito sempre. Salvo quella volta.
Era un po’ di tempo che avevo qualche disturbo: al solito mal di stomaco, tipico dei periodi di stress, si accompagnava anche qualche difficoltà a livello urinario. La mezz’età si avvicinava e quindi dovevo mettere in conto qualche controllo di routine.
Il mio medico di base non aveva avuto dubbi: esami del sangue e visita urologica. Poco divertente, di sicuro, ma necessaria per individuare eventuali problemi per tempo. Preso dal lavoro, non avevo dato molta attenzione a quell’appuntamento, almeno fino alla sera prima.
Mi ero sorpreso a pensare come sarebbe stato eccitante se, al posto del classico urologo che immaginavo grasso e barbuto, ci fosse stata una donna. Non troppo giovane, ma dallo sguardo severo: mi avrebbe visitato con attenzione, procurandomi anche fastidio e prescrivendomi cure e altre visite di controllo.
Mi ero cullato con questa fantasia giusto per il tempo di addormentarmi. Finalmente, dopo la pausa pranzo, ero arrivato in ospedale per sbrigare quella formalità un po’ fastidiosa. E qui il sogno si era trasformato in realtà: la dottoressa che mi avrebbe visitato era una donna.
L’eccitazione aveva iniziato a salire già durante il controllo della documentazione e delle analisi. Al momento della visita, però, una brutta sorpresa: a effettuare l’esplorazione sarebbe stato uno specializzando, uomo.
“Bravissimo, uno dei nostri migliori allievi.”
Ci ero rimasto male, inutile negarlo: la visita era stata fastidiosa, ma la dottoressa aveva assistito, forse per assicurarsi che lo specializzando non combinasse guai. Riuscivo a immaginarla, mentre assisteva all’esame. Attenta a quello che succedeva, pronta a intervenire.
Di nuovo, quel pensiero mi aveva procurato una leggera eccitazione: speravo che nessuno dei due se ne fosse accorto, impegnati com’erano a controllare che fosse tutto in ordine.
Mi erano stati prescritti nuovi esami e fissato un nuovo appuntamento, per un esame più approfondito, la settimana successiva. Quello che mi aveva colpito era l’ora: le 19:30, quando in ospedale non c’era praticamente più nessuno.
Non avevo più pensato a questo particolare fino a quando non era arrivato il giorno, anzi la sera. Come previsto gli ambulatori erano vuoti, a parte gli addetti alle pulizie, tanto che avevo pensato di essermi sbagliato.
Invece l’appuntamento era quello giusto: e ad attendermi c’era la dottoressa, questa volta da sola. Mi aveva fatto accomodare e spogliare, per poi sistemarmi sul lettino per l’esame. Questa volta si era sistemata davanti a me, spegnendo le luci per poter vedere meglio le immagini sullo schermo dell’ecografo.
Avevo sentito il freddo del gel sull’addome e sul pube: per fortuna ero sempre rasato, sarebbe stato imbarazzante presentarmi con il pelo troppo lungo. La dottoressa aveva mantenuto un atteggiamento professionale: anche se mi sembrava che avesse indugiato fin troppo sulle mie parti basse con quel liquido freddo.
E, anche quando si era infilata un paio di guanti prima di prendere in mano lo strumento, lo aveva fatto in modo lento, quasi deliberato. La mia reazione, nonostante il freddo, era stata quasi immediata. Il fatto di essere al buio accentuava l’eccitazione: avevo respirato a lungo e profondamente, non mi andava di essere preso per un pervertito. Almeno non da una dottoressa che non conoscevo.
L’esame era cominciato e avevo sentito la plastica fredda dell’ecografo che si muoveva dall’addome al pube, avanti e indietro, in modo lento, come a cercare qualcosa di particolare. Avevo chiuso gli occhi, sperando di calmarmi, invece quella pressione aveva aumentato la mia eccitazione: ormai potevo solo sperare che il buio fosse abbastanza per nascondere quello che stava succedendo.
La dottoressa non aveva fatto cenno di nulla: continuava a fissare lo schermo, aggiungendo ogni tanto una spruzzata di liquido freddo sempre più vicino alle mie parti intime. E sempre più di più si avvicinava con lo strumento: inevitabilmente si sarebbe accorta di quanto mi piaceva quell’esame.
Lo scontro tra la mia erezione e l’ecografo fu più delicato di quanto avessi previsto: tanto da sembrare causale. Per un attimo avevo sperato che non si fosse accorta di nulla e che quella piacevole tortura stesse per terminare.
Ma poi i movimenti intorno al mio pene e gli sfioramenti continuarono: mentre la dottoressa fissava il monitor, come se non ci fosse nulla di strano. A quel punto non mi riusciva più di tenere a freno la mia fantasia e immaginavo di strofinarmi prima su quell’oggetto inanimato che mi stava esaminando, poi sul camice immacolato, fino a soddisfare il mio desiderio.
I movimenti si erano interrotti di colpo: la dottoressa aveva riposto l’ecografo, ma non aveva acceso la luce. Invece mi aveva fissato, concentrando la sua attenzione sulla mia erezione, ormai impossibile da nascondere. Nemmeno quello sguardo fisso, tutt’altro che sorpreso, aveva bloccato la mia eccitazione: non avevo nemmeno idea se avesse senso tentare una qualche giustificazione.
“Ero sicura che ti piacesse, ma volevo capire se era il mio assistente oppure se c’era qualcosa di più a cui eri interessato.”
La dottoressa era passata al “tu”, senza nessun problema: avevo sentito la sua mano avvolta nel guanto scivolare prima sull’addome, poi verso il pube, seguendo lo stesso percorso dell’ecografo.
“Vediamo se ti piace farlo con il guanto.”
Il tono della sua voce mi aveva mandato fuori giri e i centimetri che separavano la sua mano dal mio pene mi erano sembrati metri: ma lentamente si avvicinava.
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